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Spaziatore Farabegoli


Tiozzi Giorgio

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Il Borgo Marina inizia dove finiscono i Magazzini del sale, costeggiando il lato sud del Porto- canale di Cervia andando verso il mare. Maestosa sorge la torre San Michele, sino a pochi anni fa prestigiosa biblioteca della città. In passato era caserma della Guardia di Finanza, che vi soggiornava a custodia delle saline dell'entroterra cervese. La torre essendo di notevole altezza anticamente serviva anche quale osservatorio per eventuali scorribande di pirati provenienti dal mare.
Dopo la caserma detta di Finanza c'era uno spiazzo dove noi ragazzini solevamo giocare a palline e ad altri svariati giochi
Il gioco di maggior attrazione era quello della lippa, che assomoglia in un certo qual modo al baseball americano: un pezzettino di legno a due punte viene colpito da terra su una punta da un bastone, indi sollevato e battuto viene scaraventato il più lontano possibile. Ricordo che i più bravi con un colpo raggoungevano la torre.
A sud dello spiazzo c'era la rete dell'orto dei Ghetti, che tante volte veniva oltrepassata da noi ragazzini per rubare i frutti.
Nella prima casa all'inizio del Borgo abitava la famiglia della Cristina e Gigin Penso, dove tuttora sorge una casa che assomiglia vagamente ad un'isola in un mare di cemento e bitume,

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A muri attaccati vi era la seconda famiglia della Zulima, anch'essa dei Penso, personaggio che io consideravo sobrio e di notevole prestigio.
Non aveva figli, ma viveva con due nipotine e non era avvezza a comunicare con le altre donne della borgata. A seguire, sempre a muri attaccati vi era un'altra famiglia Penso, che io ricordo col nodo in gola perchè fu completamente distrutta durante il.primo bombardamento. La moglie si chiamava Marta ed uno dei suoi figli, di nome Pipetto, era una macchietta sia come personaggio che come simpatia. Poi veniva la casa della mia famiglia, i Tiozzi, in cui io sono nato.
Tanti erano e sono i Tiozzi e i Penso, che facevano.parte della comunità del Borgo e che In parte sono stati tra i fondatori di quello che ancora oggi è il Borgo Marina di Cervia.
Le nostre origini partono da cittadine venete e dell'area del delta del Po, quali Chioggia, Contarina, Goro, ecc. Verso l'inizio dell'Ottocento gruppi di pescatori con le loro famiglie, caricando sui loro bragozzi i loro miseri averi raggiunsero dapprima il porto di Cesenatico. Buona parte di loro non vi rimase, poichè il porto era allora prettamente commerciale e vennero a Cervia, luogo assolutamente indisturbato e quindi adatto per farne una nuova patria.
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I miei ricordi partono dall'adolescenza e arrivano alla seconda guerra mondiale, quando una bomba cadde sulla mia casa e distrusse i muri che videro i miei natali. La mia famiglia, per allora, era in discrete condizioni finanziarie. Mio padre aveva una barca sua, ed era uno che non si tirava indietro anche se minacciavano temporali; lui rischiava pur di fare una buona pesca . Mia madre proveniva da una famiglia di salinari e durante l'estate si arrangiava come cuoca presso ricche famiglie e faceva in modo che non mancasse niente ai nostri bisogni.
In quei tempi il nostro Borgo era considerato ai margini della vita sociale cittadina.
Nella casa adiacente alla mia, sempre a muri attaccati, abitavano diverse famiglie: Ranzato, Penso, Guidotti, Lunardini, Modanesi e la famiglia Mazzanti.
I coniugi Mazzanti erano sarti e il marito Poldo, sempre ilare, soleva rimproverare la moglie di aver dato alla luce tre figli non proprio fortunati nel contrarre i loro matrimoni, dicendo che il figlio aveva sposato una pastora senza pecore, la figlia un barbiere senza rasoio e la terza figlia un pescatore senza barca.
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Nell'abitato successivo c'era il forno, con il suo.profumo di pane appena sfornato che inondava tutta la borgata. Durante l'estate, talvolta io aspettavo che la donnetta uscisse dal forno e piazzasse la zucca su una carriola munita di asse da bucato e a tal vista correvo di sopra da mia madre perchè mi desse una monetina. Più avanti c'era un piccolo campo e dietro il forno c'erano le famiglie Bonaldo e Zannini. Dopo il campo c'era l'abitato di altri Zannini e di Annita Ricci con la bottega degli alimentari.

Nuovamente a muri attaccati c'era la famiglia Modanesi, poi i Bellini e quindi i Ranzato. Seguiva un androne e nel cortile dell'osteria " dalla Monica" della famiglia Lucchi, che con il vino entrato e bevuto avrebbe potuto benissimo diventare un ruscello e le sbornie con litigi erano il sale della comunità del Borgo. Alcuni dei più assidui frequentatori, naturalmente nei giorni in cui non si andava a pescare erano Primo Padoan e Tamlech, genero della Monica e fondatore dell'Osteria dell'Orto, prestigioso locale di cucina marinara

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Il Borgo proseguiva con i Piraccini e con i locali dei Bellini, ferramenta e legnami. Seguiva la casa dei Foli, in cui vivevano 2 famiglie, una di bravi pescatori, l'altra che svolgeva un'attività singolare. Sulla riva del Canale, di fronte a casa loro, avevano un grosso tino che riempivano d'acqua. Pescavano dove capitava avanotti di cefali li immergevano nel tino; poi venivano quelli delle Valli di Comacchio per trasportarli nei loro lidi. Dopo i Foli v'era la falegnameria di Guerrini, poi un orto fino al viale Volturno. Nell'angolo c'era Lucchi il pescivendolo. poi sempre verso il mare, le abitazioni delle famiglie Medri, poi ancora i Bonaldo e qui ricordo con piacere e simpatia il grosso vocione della" Luciona" Bonaldo
Venivano ancora i muri della bottega dei Penso, detto " Garganel ", fornitore di alimentari e oggetti vari di necessità commestibile e necessari per la barca quando c'era da stare parecchi giorni in mare.
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Di fianco risiedevano i Casanova con la bottega di sali e tabacchi. Racconterò un particolare di uno dei Casanova, Oreste, il quale iniziando con della sabbia ha fatto fortuna ed è riuscito a costruire uno degli alberghi più belli di Milano Marittima, cioè il Miami. L' Oreste aveva una battana a fondo piatto, solitamente durante l'inverno, nei momenti di mare calmo, usciva a remi, costeggiando la riva andava a nord fino alle foci del Savio e del Bevano, poi la riempiva di sabbia, ritornava e la depositava sulla riva opposta a casa sua, facendone un grosso mucchio. Successivamente, quando aveva raggiunto una quantità notevole, arrivava un grosso camion del Monopolio di Stato che trasportava la sabbia nei propri cantieri per la produzione delle scatole dei fiammiferi da cucina.

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Dopo i Casanova venivano i Bertoni, i Cecchini, i Penso, poi i Rinaldini pescivendoli molto apprezzati perchè non erano di quelli che tiravano troppo sul prezzo con noi poveri pescatori poi ancora Penso, indi lo squero luogo di restauro delle barche.
Venivano.poi le case dei Padoan e dei Bellucci, quondi la bottega della falegnameria Sartini-DeCesari per la manutenzione delle barche. Nell'angolo con il viale Marco Polo c'erano i Ravagnan. Sul lato a seguire verso il mare vi era il grosso fabbricato degli Aleotti, dopo il quale iniziava il viale C.Colombo. per ultima, alla fine del Borgo, vi era, l'abitazione dei Padoan, nella cui famiglia c'era il mio zio acquisito " Primo" ucciso da tedeschi nel 1944 durante la Liberazione.
Sull'altro lato della strada di fronte ai Casanova, vicino al canale, c'era un edificio aperto, che serviva,quale mercato del pesce. A seguire verso il mare c'erano le abitazioni degli Evangelisti, dei Padoan e dei Beltrami.
Un figlio degli Evangelisti, Armando, assieme a Bonaldo Tommaso e Bertoni Ives fu ucciso dai tedeschi durante la guerra ed il Municipio di Cervia dedicò tre strade cittadine alla loro memoria. Poi c'era ancora una borgatina comprendente i Taddei, i Penso, i Fioravanti, i Girometti, i Sarti, i Guidi, i Sartini, i Soprani e i Lunardini.
Le mie memorie sui nomi delle borgate si fermano qu
Ricordi dínfanzia di Tiozzi Giorgio
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Finite le elementari e passata l'estate, decisi che avrei fatto il.pescatore, con grande assenso di mio padre, il quale vedeva la continuità della stripe nel lavoro sul mare. Mia madre invece era combattuta fra il piacere di vedere un aiuto al proprio marito e la preoccupazione di vedere un figlio avviarsi a un mestiere che non era di suo gradimento, essendo figlia di salinari, i quali avevano nell'animo di considerare il.pescatore un lavoro non proprio ottimale.
In autunno iniziai quello che per sette lunghi anni rappresentò per me poche gioie e molte fatiche. L'autunno nel nostro tratto di mare è il periodo più pescoso, è il momento della crescita di numerosi tipi di pesce, quali la triglia, il calamaretto, le canocchie, le seppioline e altri. Perciò la flottiglia cervese e di un ampio tratto di costa, a partire da S. Benedetto del Tronto fino a Chioggia, andava a pescare nel tratto di mare a nord di Porto Corsini fino a Porto Garibaldi. Centinaia di barche di ogni tipo e dimensione, con o senza motore razzolavano e alla sera si portava il pescato solitamente abbondante al mercato di Porto Corsini, a quei tempi considerato il più importante di tutto l'Adriatico.
Mio padre ed io avevamo una piccola barca da pesca di tipo Lancia. Di sera dopo la pesca giornaliera,venivano i momenti più gioiosi perchè si avevano contatti e a volte litigi con ragazzi di altri lidi. Erano insomma giorni colorati.

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Passato l'autunno molti natanti, specie quelli da Cesenatico in giù, tornavano a pescare nei tratti di mare vicini alla loro zona e rimanevamo tutti noi cervesi e qualche chioggiotto. Poi durante l'inverno, pure loro scomparivano assieme ad altre grosse barche cervesi. Rimanevamo, insomma, noi piccole barche di Cervia, ed io cominciai a temere di non aver fatto un buon affare ma ormai le chele del granchio mi avevano attanagliato e non c'era più nulla da fare. Fu giocoforza continuare a fare il pescatore per altri lunghi anni, fino al periodo della seconda guerra mondiale.
Si era nel 1944, erano passati diversi anni di conflitto mondiale, correva voce che gli Alleati avessero fatto sbarco in Sicilia, poi ancora ad Anzio. Roma era già stata occupata e grossi problemi politici sconvolgevano la nazione. Mio.padre ed io si continuava il lavoro della pesca, come se nulla fosse accaduto salvo alcune limitazioni. Il mio paese era occupato dalle forze tedesche e alcune grosse barche non avevano più il permesso di uscire dal porto. Ciò era consentito solo alle piccole imbarcazioni da pesca e soltanto nel periodo della giornata. A guardia del.porto, i tedeschi avevano piazzato due grosse mitragliatrici ai lati e nessuno aveva in animo di contraddire le loro decisioni. Mio padre era insofferente, perchè solo nelle ore notturne è possibile pescare il pesce più prelibato e costoso, cioè le sogliole, finchè un giorno mi prospettò che saremmo andati a pescare lo stesso nelle ore notturne. Io, sempre più incosciente che coraggioso diedi l'assenso.
Dopo mezzanotte tentammo l'avventura. Il cielo era sereno e stellato. Senza alzata di vele, aiutati da una leggera brezza di ponentino raggiungemmo l'ingresso del.porto. il vento, soffiando sull'albero e le sartie ci spinse fuori. Mentre il natante si allontanava, trattenevamo il fiato. Raggiunta una discreta lontananza dalla riva, alzammo le vele e iniziammo a calare le reti.

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Erano mesi che avevamo dimenticato la gioia che si prova quando, dopo aver tirato su la rete al buio e sciolto la sacca, grosse sogliole saltellano sulla tolda della barca. Era come musica. Venne il giorno, ci mescolammo ad altri natanti nella mattinata e verso sera rientrammo con una grossa pescata. Io stesso.portai il.pescato al mercato del.pesce e mi gustai la sorpresa degli altri pescatori nel vedere le grosse sogliole, subito accaparrate dai pescivendoli. Mi sentivo.prode e tornai a casa con i soldi di una buona giornata di guadagno.
La notte successiva tornammo nuovamente a tentare la fortuna. Sempre col cuore che batteva forte, sfilammo fuori dal porto senza inconvenienti e raggiungemmo.il largo. Consapevole di essere fuori portata, mi accinsi ad alzare le vele. Cominciai dal trinchetto, la vela piccola di prua. Mentre la stavo issando, vidi lampi di fuoco provenire da terra e sentii gli scrosci di pallottole delle mitraglie tedesche sibilare sopra le nostre teste. Prontamente mi buttai sul fondo della barca. Dopo poco le armi da guerra tacquero, cominciai a tastarmi il corpo e mi tranquillizzai. Poi subito chiamai a voce bassa mio.padre che avevo sentito stendersi sul paiolo della poppa. Non mi rispose, lo chiamai ancora e non sentii alcun rumore. Cominciai a temere xhe l'avessero colpito. Strisciando, andai fino alla poppa e raggiunsi il suo corpo; lo scossi chiamandolo ancora e dopo.un po' mi rispose dicendomi di tacere. Fui subitamente furente e fu la prima volta che mi arrabbiai ed inveii contro di lui, mi aveva fatto temere per la sua vita. Poi capii che stavolta il lupo di marw aveva preso una grossa fifa. Calamno le reti e pescamno nuovamente bellissime sogliole, che però furono le ultime che pescai per il resto della mia vita
Intanto il fronte della guerra si avvicinava e non fu più permesso di uscire dal nostro porticciolo. Così la nostra comunità di pescatori pensò di arrangiarsi in altro modo, cioè rubando il sale dai grossi magazzini e rivendendolo ai contadini coi quali, il.più delle vokte, si barattava la merce: loro ci davano farina, insaccati di maiale, grasso e perfino olio; insomma era un'altra maniera di sbarcar il lunario.
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Una mattina dei primi di luglio del 1944 ricevemmo una funesta sorpresa dal cielo, che cambiò totalmente la mia vita. Io e un mio amico, un certo " Carlin dla Filoma" avevamo trafugato una buona quantità di sale e lo stavamo.pesando.per portarlo ai clienti. Eravamo.in un capanno del cortile di casa mia, quando udimmo un assordante rumore di aerei ed il sibilo di proiettili che sfrecciavano nell'aria. Precipitosamente ci infilammo nel sottoscala della casa, , dove trovai mia madre ed altri della famiglia. Ad un tratto ci fu un grosso scossone e tantissima polvere che ci impediva di respirare. Uscimmo tutti a tentoni ed io mi diressi verso il cortile. Ad un tratto mi trovai in una grossa buca calda ed uno strano fetore stava per togliermi definitivemte il respiro. Annaspai e con fatica riuscii ad uscirne. Sempre d'istinto raggiunsi la rete dell'orto dei Ghetti, dove precedentemente avevamo costruito un rifugio di fortuna. Dopo un po' gli aerei non si sentivano.più, ed io venni fuori dal rifugio. Intanto il.polverone si era affievolito e guardai verso la casa che non c'era più. La bomba che aveva prodotto l'ampio buco in cui io ero cascato aveva polverizzato la mia casa e quella dei nostri vicini. Sotto le macerie ci rimase la mia povera sorellina e grande fu il dolore di.mia madre per la perdita della sua unica figliola.
Io e la mia famiglia, dopo alterne vicende, fummo sfollati alla Bassona, ora Casa delle Guardie forestali. Assieme ad altre famiglie ci sistemammo nella stalla tanto ai buoi non serviva più, essendo stati digeriti da tempo. Poi ci facemmo una buca a mo' di rifugio sul ciglio della sponda del canalino di Milano Marittima.
Eravamo.intanto in agosto e tiravamo a campare alla meglio. L'azienda Bassona aveva grandi frutteti e noi aiutavamo i contadini nei lavori, così potevamo mangiare frutta a volontà. A quei tempi erano frequenti le incursioni aeree che tentavano senza successo di centrare il.ponte sul fiume Savio.
Quando partivano in picchiata erano.proprio sopta le nostre teste. All'inizio eravamo timorosi, poi ci facemmo l'abitudine, anzi si scommetteva se avessero o meno centrato l'obiettivo, tanto che nacque il detto che l'unico posto sicuro era sotto il.ponte del Savio.






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